Usura sopravvenuta: nuovi guai per le banche

La conferma dell’usura: sentenza Cassazione n. 350 del 2013

La sentenza trae origine da una controversia instaurata da un mutuatario nei confronti di un istituto di credito. Chiaramente la finalitĂ  era quella di verificare se il tasso applicato al contratto di mutuo con garanzia ipotecaria fosse da considerarsi usurario.

Nello specifico, la sentenza in esame affronta la problematica della applicazione della normativa antiusura agli interessi moratori.

Nel tempo la posizione della dottrina è stata contrastante.

Alcuni affermano la tesi della tradizionale distinzione fra interessi moratori e interessi corrispettivi, secondo la quale gli interessi corrispettivi avrebbero una funziona remunerativa, mentre quelli moratori avrebbero natura risarcitoria, e quindi rappresenterebbero la liquidazione forfettaria minima del danno da ritardo nelle obbligazioni pecuniarie.

Cosi ragionando si arriva a ritenere che non debbano essere ricompresi nel divieto previsto dal secondo comma dell’art. 1815 cod. civ., poiché la ratio della disciplina antiusura sarebbe quella di «colpire» i soli interessi che costituiscono il corrispettivo di una prestazione di denaro (i c.d. interessi corrispettivi).

Coloro che sostengono questa tesi, riferiscono che la tutela del mutuatario si ricava dalla disposizione prevista dall’art. 1384 c.c., ove si legge: “La penale può essere diminuita equamente dal giudice, se l’obbligazione principale è stata eseguita in parte ovvero se l’ammontare della penale è manifestamente eccessivo, avuto sempre riguardo all’interesse che il creditore aveva all’adempimento”.

Orbene, considerato che per parte della giurisprudenza la pattuizione relativa agli interessi moratori è da assimilare alla clausola penale, allora un ammontare “usurario” della mora verrebbe comunque disconosciuto dall’ordinamento.

La tesi a favore dell’usura nella mora

Alla tesi suddetta si contrappone quella che ritiene la mora da ricomprendersi all’interno dell’interesse di usura.

Il tutto parte dall’esame del  combinato disposto dall’art. 644 cod. pen. e dall’art. 1815, comma 2, cod. civ, per arrivare ad affermare una visione organica degli interessi “in generale”, disconoscendo la dicotomia predetta.

Tutti gli interessi, sia gli interessi corrispettivi, che gli interessi moratori, avrebbero una funzione «reintegrativa», nel senso che troverebbero entrambi la loro giustificazione causale nella sottrazione/prestito del capitale.

Infatti, si osserva che entrambi gli interessi corrispondono ad un «danno» che il creditore subisce per la ritardata (o non) restituzione del denaro da parte del debitore.

Pertanto, la considerazione unitaria del fenomeno «interessi» rimuove ogni possibile ostacolo all’applicabilità della disciplina antiusura agli interessi di mora.

Tra i precedenti a favore dell’usura negli interessi moratori, si ricorda un primo importante intervento della Cassazione con la nota sentenza del 22.4.2000, n. 5286.

Nello specifico, la suddetta pronuncia, fonda l’applicabilità della disciplina antiusura agli interessi di mora sulla base di due argomentazioni, che si trascrivono:

1) “la legge n. 108 del 1996 ha individuato un unico criterio ai fini dell’accertamento del carattere usurario degli interessi (la formulazione dell’art. 1, 3 comma, ha valore assoluto in tal senso)”;

2) “nel sistema era giĂ  presente un principio di omogeneitĂ  di trattamento degli interessi, pur nella diversitĂ  di funzione, come emerge anche dall’art. 1224, 1 comma, cod. civ., nella parte in cui prevede che se prima della mora erano dovuti interessi in misura superiore a quella legale, gli interessi moratori sono dovuti nella stessa misura. Il ritardo colpevole, poi, non giustifica di per sĂ© il permanere della validitĂ  di un’obbligazione così onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge”.

Pertanto, giĂ  diversi anni or sono, la giurisprudenza si era pronunciata a favore della teoria di “unitĂ  del concetto di interessi”.

In realtà, alla stessa conclusione arriva anche il legislatore. Infatti, l’art. 1, comma 1, del d.l. 29.12.2000, n. 394, di interpretazione autentica dell’art. 644 cod. pen., afferma espressamente che alla nozione di interessi usurari devono ricondursi quelli convenuti «a qualsiasi titolo».

Ancora, si evidenzia che la relazione governativa che accompagna il suddetto decreto fa esplicito riferimento ad ogni tipologia di interesse, «sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio».

Non basta !

In tal senso si è pronunciata anche la Corte costituzionale, la quale chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della L. n. 24/2001, afferma

“in ogni caso (va) osservato – ed il rilievo appare in sé decisivo – che il riferimento, contenuto nell’art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 394 del 2000, agli interessi “a qualunque titolo convenuti” rende plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori» (Corte cost., 25.2.2002, n. 29, infra, sez. III)”

Oggi, l’ulteriore conferma arriva proprio dalla sentenza della Suprema Corte n. 350 del 2013, la quale ribadisce: “si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori”.

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