Interessi illegittimi: Unicredit condannata a risarcire quasi 400000 euro

Opposizione a decreto ingiuntivo per interessi illegittimi

Il Tribunale di Treviso, nella recente sentenza del aprile 2013, affronta un altro caso di interessi illegittimi richiesti dalla banca al cliente.

In particolare, la banca aveva agito nei confronti dell’utente tramite decreto ingiuntivo. L’ingiunto aveva presentato opposizione ad una richiesta di oltre 700.000 euro.

La difesa della banca sugli interessi percepiti

Sostanzialmente, la banca ritiene che il cliente ha negli anni corrisposto per tutta la durata del rapporto di interessi, c.m.s. spese e commissioni.

Tale comportamento rappresenterebbe l’adempimento di una obbligazione naturale ex art. 2034 c.c. e, come tale, non sarebbe ripetibile.

Inoltre, si contesta la prescrizione del diritto alla restituzione degli interessi ultralegali, anatocistici, c.m.s., spese e commissioni, essendo gli stessi soggetti al termine prescrizionale quinquennale di cui all’art. 2948 n. 4 c.c. e, in ogni caso, a quello ordinario decennale.

Inoltre si ritiene che dal luglio 2000, in conformità alla Del.CICR 9 febbraio 2000, la capitalizzazione è stata applicata con pari periodicità.

Infine si ritiene legittima l’applicazione di interessi ultralegali, trattandosi di contratti conclusi anteriormente all’entrata in vigore della L. n. 108 del 1996.

Pagamento degli interessi come obbligazione naturale

Il giudice non ha dubbi.

Sicuramente da rigettare la tesi secondo la quale il pagamento di interessi ultralegali costituisse adempimento di una obbligazione naturale e, pertanto, soggetto alla soluti retentio.

Detta tesi è agevolmente confutabile con la semplice osservazione che nessun adempimento spontaneo di un’obbligazione naturale può rinvenirsi nel comportamento del correntista che abbia versato somme maggiori in pagamento di interessi anatocistici pattuiti (o comunque imposti) dalla controparte contrattuale, in quanto tali addebiti costituiscono al contrario l’adempimento (a volte inconsapevole) di un’obbligazione giuridica, ancorché invalida ove pattuiti in violazione dell’art. 1283 c.c., e non già di un mero dovere morale o sociale.

Anatocismo e capitalizzazione reciproca

A tale riguardo e richiamando per relationem i più significativi precedenti giurisprudenziali in materia, è sufficiente ricordare come la Corte di Cassazione, a far data dalle sentenze 30 giugno 1999 n. 3096 della sez. III, 16 marzo 1999 n. 2374 e 11 novembre 1999 n. 12507 della sez. I, abbia definitivamente affermato la nullità delle clausole contemplanti la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi nei contratti bancari, per violazione del disposto di cui all’art. 1283 c.c..

In tal modo e stata esclusa l’esistenza di una consuetudine (fonte di diritto) in base alla quale nei rapporti tra banca e cliente gli interessi a carico di quest’ultimo possano essere capitalizzati ogni trimestre ed evidenziando, per un verso, che la costanza e la generalità della prassi effettivamente instauratasi in tal senso (prassi in concreto ineludibile perché attuata dalle banche mediante clausole uniformi e unilateralmente predisposte), se valgono a realizzare un uso negoziale, non sono invece sufficienti ad identificare un uso normativo (caratterizzato, sul piano soggettivo, dalla opinio iuris ac necessitatis, intesa come consapevolezza di prestare osservanza ad una norma cogente).

Ciò peraltro tenendo conto che nell’ambito dei contratti bancari non sono ravvisabili (con riferimento al comportamento del cliente, che di fatto conclude contratti per adesione agli schemi negoziali predisposti dalla banca) elementi che consentano di ravvisare nella previsione dell’anatocismo la comune convinzione dei contraenti di attuare una regola vertente su materia giuridicamente rilevante per la natura delle situazioni da disciplinare.

Da tale evoluzione giurisprudenziale deve dunque ritenersi definitivamente acquisito il principio secondo cui la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente è nulla, in quanto espressione di un uso negoziale (ex art. 1340 c.c.) e non normativo (ex art. 1 ed 8 delle preleggi al c.c.), laddove l’art. 1283 c.c. esclude l’ anatocismo (salve le ipotesi della domanda giudiziale e della convenzione successiva alla scadenza degli interessi) in mancanza di usi contrari.

Pertanto, l’inserimento della clausola nel contratto, in conformità alle N.B.U., non esclude la suddetta nullità, poiché a tali norme deve riconoscersi soltanto il carattere di usi negoziali non quello di usi normativi.

Giova inoltre rammentare l’orientamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, secondo cui la legittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del correntista bancario va esclusa anche con riguardo al periodo anteriore alle decisioni con le quali la Suprema Corte, ponendosi in contrasto con l’indirizzo giurisprudenziale sino ad allora seguito, ha accertato l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare al precetto dell’art. 1283 c.c. (Cass. Civ. SS.UU. 4.11.2004, n. 21095).

Alla luce dei suesposti principi, deve dunque rilevarsi la nullità parziale del contratto di conto corrente in questione per violazione del divieto stabilito dall’art. 1283 c.c..

Ne consegue che gli interessi a debito del correntista devono essere ricalcolati senza operare capitalizzazione alcuna (v. SS.UU. 24418/2010) dall’inizio del rapporto contrattuale e sino all’adeguamento alle condizioni di reciprocità di cui alla Del.CICR del 9 febbraio 2000.

Nullità commissione di massimo scoperto

Vanno inoltre escluse le commissioni massimo scoperto, stante la nullità per indeterminatezza dell’oggetto di ogni pattuizione che preveda il generico rinvio alle condizioni c.d. “uso piazza”.

La rideterminazione dei reciproci rapporti di dare ed avere tra le parti deve in ogni caso riguardare l’intero rapporto e non l’ultimo decennio anteriore alla proposizione della domanda giudiziale o al primo atto interruttivo della prescrizione dell’azione di ripetizione, in quanto, diversamente opinando, resterebbe eluso il carattere dell’imprescrittibilità dell’azione dichiarativa di nullità, atteso che in tal modo il saldo corretto risentirebbe di tutti gli addebiti illegittimi operati antecedentemente ai dieci anni anteriori all’interruzione della prescrizione.

Soltanto l’azione di ripetizione dell’eventuale saldo attivo risultante a favore del correntista all’esito del ricalcolo degli interessi è soggetta all’ordinario termine di prescrizione decennale, il cui dies a quo decorre, come chiarito dalla nota sentenza SS.UU. 24418/2010, dalla chiusura del conto ovvero dalle singole rimesse, a seconda che le stesse abbiano carattere ripristinatorio della provvista o solutorio.

Nel caso di specie, la c.t.u. disposta in corso di causa ha comunque evidenziato in tutte le ipotesi formulate la persistenza di un consistente saldo a debito dell’opponente, sicché, come correttamente rilevato dal consulente, non v’è domanda di ripetizione ma soltanto di accertamento del minor credito della banca e, conseguentemente, non viene in rilievo la prescrizione eccepita dalla convenuta opposta.

Come effettuare il ricalcolo

Per quanto attiene le modalità di ricalcolo, il Giudice ritiene corretta l’ipotesi formulata dal c.t.u. che prevede l’esclusione della capitalizzazione trimestrale sino all’entrata in vigore della Del.CICR del 9 febbraio 2000, in quanto risulta pacifica l’ottemperanza della convenuta alle condizioni di adeguamento dalla stessa imposte, non essendovi contestazione in ordine alla comunicazione al cliente (la questione è sollevata soltanto dal c.t.p. di parte opponente in sede di osservazioni alle operazioni peritali, atto che tuttavia non può rappresentare validamente un’allegazione difensiva, sollevata, in ogni caso, a preclusioni istruttorie già maturate) e non potendosi ritenere la modifica conseguente all’adeguamento peggiorativa delle condizioni contrattuali precedentemente applicate.

Al riguardo, non si ritiene di condividere l’opposto orientamento della giurisprudenza di merito che ravvisa la necessità della specifica sottoscrizione da parte del correntista, sull’assunto che l’applicazione della pari periodicità di capitalizzazione abbia natura peggiorativa delle condizioni contrattuali, atteso che il parametro di riferimento va individuato nelle condizioni di fatto precedentemente applicate, e non in quelle di diritto (esclusione di ogni forma di capitalizzazione) che conseguirebbero alla declaratoria, del tutto eventuale, della nullità della clausola relativa alla capitalizzazione.

Conclusioni: il risarcimento della banca

Operando il ricalcolo il saldo del c/c deve essere rideterminato in un debito di Euro 397.679, 99, al posto di euro -754.222,30, con un risparmio di quasi euro 400.000.

Nel caso di specie non si ritiene applicabile usurarietà dei tassi debitori. Il Giudicante condivide la tesi di parte della giurisprudenza per cui deve ritenersi corretta l’ipotesi di calcolo che esclude le c.m.s. dal t.e.g..

Secondo il Giudice, ai fini della determinazione del tasso soglia di cui alla L. n. 108 del 1996 occorre avere riguardo alle istruzioni diffuse dalla Banca di Italia all’epoca vigenti, come chiarito dalla stessa Banca di Italia nell’ambito delle nuove istruzioni per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi ai sensi della legge sull’usura pubblicate in G.U. il 29.8.2009.

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