Anatocismo: le SS.UU. sposano il verdetto della Consulta (parte 5)

La conferma delle Sezioni Unite sull’anatocismo

Come noto, nel nostro ordinamento le Sezioni Unite (SS.UU.) sono la  sezione più autorevole della Suprema Corte di Cassazione e viene chiamata ad intervenire in taluni casi specifici:

  • quando è necessario dirimere contrasti insorti tra le decisioni delle singole sezioni;
  • oppure, se la questione è di speciale importanza;
  • ancora, quando la singola sezione ritiene che la questione, sottoposta al suo esame, ha dato luogo o può dar luogo ad un contrasto giurisprudenziale e pertanto ritiene opportuno l’intervento delle SS.UU.

Nel caso di specie, la causa viene assegnata alla SS.UU. proprio in ragione della particolare importanza della questione prospettata e del contrasto rilevato con tutta la giurisprudenza ante 1999.

Si poneva il problema se alla luce della rilevata ed attuale inesistenza di un uso normativo in materia di capitalizzazione trimestrale degli interessi, doveva considerarsi che tale uso normativo fosse inesistente anche prima del nuovo orientamento giurisprudenziale (ossia quello delineato dalla sentenza della Cassazione n. 2374/1999 e successive conformi).

In quest’ultimo caso, ci si porrebbe in contrasto con la precedente giurisprudenza (ossia tutta quella ante ’99) che ha sempre riconosciuto la legittimità dell’anatocismo.

La difesa proposta dalle banche

Gli avvocati degli istituti di credito in causa, per evitare che l’illegittimità della clausole anatocistiche fosse “estesa” al periodo ante 1999, affermarono che:

  • Prima del ’99 esistenza un vero e proprio “uso normativo” in materia di anatocismo. Difatti, la giurisprudenza di tutto il ventennio precedente ha sempre affermato la legittimitĂ  dell’anatocismo e l’esistenza dell’uso normativo. Pertanto, la nuova giurisprudenza del ’99 ha correttamente accertato solo l’inesistenza attuale dell’uso normativo stesso.
  • Il processo suddetto (ossia il passaggio da “uso normativo” ad “uso negoziale”) si giustifica considerando che nel tempo è venuta meno l’ opinio iuris del comportamento sottostante (ossia è venuta meno la convinzione per l’utente bancario che le clausole fossero giuridicamente obbligatorie). In altri termini la consuetudine si è estinta per desuetudine.
  • Questo tipo di ragionamento, giustifica anche il mutato orientamento della Cassazione, il quale si è trasformato parallelamente al passaggio da uso normativo a negoziale.
  •  Ad ulteriore riprova, si evidenziava che il quadro normativo utilizzato dalle motivazioni della “nuova” giurisprudenza faceva riferimento ai primi anni ’90, e pertanto non poteva e doveva retrodatarsi ai periodi precedenti, ove vi era un contesto radicalmente diverso.
  • Inoltre, si evidenziava che era la stessa precedente giurisprudenza che per un ventennio aveva reiteratamente ritenuto l’esistenza di un uso normativo di capitalizzazione degli interessi bancari avrebbe, ad aver, in tal modo, costituito elemento di “fondazione o consolidazione” di un uso normativo.

 

L’interpretazione delle Sezioni Unite

I giudici della Cassazione evidenziano come il dato principale è che gli “usi contrari” menzionati dall’art. 1283 c.c., non sono i meri usi negoziali di cui all’art. 1340 c.c., ma esclusivamente i veri e propri “usi normativi”, di cui agli artt. 1 e 8 disp. prel. cod. civ.

Solo in questi ultimi è possibile ravvisare la ripetizione generale, uniforme, costante e pubblica di un determinato comportamento (usus), accompagnato dalla convinzione che si tratta di comportamento (non dipendente da un mero arbitro soggettivo ma) giuridicamente obbligatorio, in quanto conforme a una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell’ordinamento giuridico (opinio juris ac necessitatis).

L’utente bancario, al contrario, si è nel tempo adeguato all’inserimento della clausola anatocistica solo in quanto tali clausole sono comprese nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in conformità con le direttive dell’associazione di categoria, insuscettibili di negoziazione individuale e la cui sottoscrizione costituisce al tempo stesso presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari.

Tale condizione psicologica non ha nulla a che vedere con l’opinio juris ac necessitatis, di cui sopra.

Il quadro normativo degli anni ’90 ha introdotto dei nuovi principi per la tutela del consumatore e del contraente più debole. Si pensi alla normativa in materia di trasparenza bancaria e usura.

Questi nuovi principi hanno posto le basi per il revirement giurisprudenziale e lo “smascheramento” delle prassi negoziali utilizzate a danno degli utenti bancari.

Anche prima del ’99 le clausole anatocistiche erano viste dagli utenti come pattuizioni non negoziate e non negoziabili, perché già predisposte dagli istituti di credito, in conformità a direttive delle associazioni di categoria.

Tali clausole venivano sottoscritte dalla parte che aveva necessitĂ  di usufruire del credito bancario e non aveva, quindi, altra alternativa per accedere ad tale sistema.

Tanto per affermare che l’ “uso normativo”, in materia di anatocismo, non è mai esistito, ma si è sempre trattato di mere prassi negoziali.

Infine, La Cassazione evidenzia che la tesi prospettata dalle banche convenute, secondo cui la stessa giurisprudenza ventennale ante ’99 abbia generato l’uso normativo non sia accettabile.

Difatti, anche in materia di usi normativi (come per tutte le fonti-atto di rango primario), la funzione assolta dalla giurisprudenza è sempre e soltanto “ricognitiva” dell’esistenza della norma.

Pertanto, in merito, non può riconoscersi alcuna funzione “creativa” alla giurisprudenza.

Pertanto, prescindendo dall’eventuale (e comunque tutta da dimostrare) capacità della suddetta giurisprudenza di ingenerare nei clienti una “opinio iuris” in materia di anatocismo, in ogni caso non avrebbe potuto, comunque, conferire normatività ad una prassi negoziale (che si è dimostrato essere) contra legem.

Il riferimento al D.Lgs 342/99

Ad aiutare la decisione delle SS.UU. è stato anche l’appoggio della precedente sentenza della Corte Costituzionale.

La cassazione difatti sottolinea che:

Della insuperabile valenza retroattiva dell’accertamento di nullità delle clausole anatocistiche, contenuto nelle pronunzie del 1999, si è mostrato subito, del resto, ben consapevole anche il legislatore. Il quale – nell’intento di evitare un prevedibile diffuso contenzioso nei confronti degli istituti di credito – ha dettato, nel comma 3 dell’art. 25 del già citato d.lgs. n. 342/99, una norma ad hoc, volta appunto ad assicurare validità ed efficacia alle clausole di capitalizzazione degli interessi inserite nei contratti bancari stipulati anteriormente alla entrata in vigore della nuova disciplina, paritetica, della materia, di cui ai precedenti commi primo e secondo del medesimo art. 25.

Quella norma di sanatoria è stata, però, come noto, dichiarata incostituzionale, per eccesso di delega e conseguente violazione dell’art. 77 Cost., dal Giudice delle leggi, con sentenza n. 425 del 2000.

In conclusione, in materia, deve riconoscersi alla stregua dei principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, l’illegittimità e nullità di tutte le clausole anatocistiche stipulate sotto il vigore della normativa precedente, in quanto stipulate in violazione dell’art. 1283 c.c..

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