Anatocismo: uso normativo o uso negoziale (parte 1)

Le Norme Uniformi Bancarie

Nel 1952, l’ABI (Associazione Bancaria Italiana) predisponeva ed approvava le N.U.B. (Norme Uniformi Bancarie).

Le NUB non solo altro che un complesso di clausole “standard” finalizzate a disciplinare i rapporti tra utenti e banche in modo uniforme.

In poche parole, sono le  “condizioni generali di contratto”, predisposte unilateralmente dalla parte forte del rapporto (la banca), ed approvate dalla parte debole (il correntista).

L’anatocismo bancario disciplinato dall’art.7 NUB

In particolare, l’art. 7 delle NUB prevede che la capitalizzazione degli interessi passivi (cioè quelli che il correntista paga alla banca sulle somme “in rosso”) avvenga ogni tre mesi, in quanto periodo in cui la banca chiude la contabilità del rapporto e calcola il nuovo saldo.

Difatti, l’estratto conto viene redatto dalla banca ogni 3 mesi. Al termine dello stesso vieni indicato il “saldo finale”, corrispondente ai vostri “averi” meno tutti gli interessi e commissioni (ed altre voci) che la banca vi ha conteggiato.

Orbene, come abbiamo già visto, l’articolo 1283 del codice civile disciplina l’istituto dell’anatocismo.

Nel suo testo è presente una clausola “derogatoria”. L’articolo infatti inizia con: “In mancanza di usi contrari […]”.

Pertanto, se esistono usi diversi, la disciplina dell’anatocismo prevista dall’art. 1283 non si applica. In questo caso, verrà applicata la disciplina prevista dagli usi contrari.

Le banche hanno per anni applicato indisturbati la capitalizzazione degli interessi sui conti correnti dei loro clienti, proprio perché affermavano che gli usi contenuti nelle NUB fossero proprio gli “usi contrari” capaci di derogare la disciplina di cui all’art. 1283 codice civile.

Tale interpretazione è stata condivisa dalla giurisprudenza per anni.

Il problema interpretativo delle N.U.B.

E’ vero che la presenza di “usi contrari” comporta la deroga al divieto generale di anatocismo previsto dall’art. 1283.

Bisogna però considerare che secondo la nostra legislazione gli unici “usi” riconosciuti come fonte normativa sono gli “usi normativi” (art. 1 e 8 delle preleggi ).

In particolare, si distingue tra:

Usi normativi (anche detti usi giuridici)

Questi costituiscono fonte sussidiaria del diritto.

Affinchè si possa parlare di “uso normativo” è necessario che vi siano due elementi:

  • Elemento Oggettivo (diuturnitas) : uniforme e costante ripetizione di un dato comportamento;
  • Elemento Soggettivo (opinio iuris ac necessitatis) :  convinzione da parte dei consociati di osservare il comportamento predetto, nel convincimento che quest’ultimo sia previsto da una norma giuridica. In altri termini, il comportamento ripetuto deve essere avvertito da tutti come vincolante.

Solo se vi sono entrambi questi due elementi di può parlare di “uso normativo”, configurandosi in tal modo una norma giuridica (di rango terziario, in quanto subordinata a legge e regolamenti) avente forza di legge.

Diversamente, il fenomeno “consuetudinario” si tradurrebbe in una mera prassi.

Usi negoziali (o interpretativi)

Questi non sono fonti normative ex art. 1 delle preleggi.

Gli usi negoziali sono le pratiche comunemente e costantemente osservate nelle operazioni contrattuali in un dato luogo e/o determinato settore.

S’intendono inserite nel contenuto del contratto, salvo che risulti che esse non sono state volute dalle parti (art. 1340 c.c.).

Pertanto, sono dei mezzi di interpretazione e/o integrazione della volontĂ  espressa dai contraenti.

In materia di anatocismo e NUB bancarie, perché si possa derogare al divieto previsto dall’art. 1283, è necessario che gli usi indicati nelle NUB predette debbano considerarsi “usi normativi” e non semplicemente “usi negoziali”.

Proprio su tali basi, la giurisprudenza cambierà il proprio indirizzo, colpendo duramente le banche ed affermando l’illegittimità dell’anatocismo bancario.

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